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Incontri

Camille Longuépée

Lunedì 2 marzo 2026

Credito fotografico : Florian Touzet

Da sempre, Camille Longuépée vive al ritmo dei materiali e dei colori. Tra tradizione familiare ed esperienze personali, ha dato vita a un universo in cui l’artigianato diventa un linguaggio a tutti gli effetti. Dai primi passi nel mondo della moda, alla creazione del suo marchio di abbigliamento per bambini, passando per un’esplorazione di diverse tecniche tra cui il disegno, la pittura e la scultura, il suo percorso è un dialogo costante con la materia, che sia grezza, tessile o naturale.

Oggi, nel suo atelier, che definisce come un vero e proprio rifugio realizzato con le sue mani, ogni superficie, ogni oggetto diventa un terreno di gioco e fonte d’ispirazione. Colori, texture, oggetti di seconda mano e materiali riciclati si incontrano per dare vita a opere in cui istinto, sperimentazione e rispetto per l’ambiente coesistono.

Oggi intervistiamo Camille Longuépée, che ci apre le porte del suo mondo creativo, tra memoria, artigianato e progetti artistici futuri.

Puoi raccontarci come il tuo percorso e le tue esperienze ti hanno guidata verso la creazione e il lavoro manuale?

Sono cresciuta in una famiglia in cui gli oggetti avevano valore perché custodivano una storia: mio nonno era un appassionato collezionista d’arte, la casa era piena di libri, dipinti, tappeti, sculture, ceramiche antiche, oggetti tibetani, persiani, africani; spesso andavamo a passeggiare tra le vigne per raccogliere pietre focaie o visitare antiche rovine… L’altro mio nonno era un ingegnere appassionato della lavorazione del legno: costruiva mobili, lampade e altri oggetti a mano.

Anch’io ho sentito molto presto il bisogno di creare con le mie mani. Ho iniziato con il cucito, insieme a mia madre e a mia nonna, che cuciva i suoi abiti sulla sua vecchia macchina da cucire Singer.

All’età di 18 anni, sono entrata alla scuola di arti applicate Duperré a Parigi, nella sezione tessile, poi ho frequentato le Arts Décoratifs di Parigi.

Ho lavorato come costumista per il cinema per dieci anni. Nel frattempo ho avuto dei figli e ho iniziato a lavorare, in parallelo, a collezioni di abbigliamento per bambini in maglia (jersey e tricot). Così ho creato il mio brand, Le Petit Germain, la cui identità si basava sul colore, tra cui senape, indaco, terracotta. All’epoca queste tonalità erano poco comuni nel mondo dell’infanzia.

Il marchio si è rapidamente sviluppato in tutto il mondo, al punto che era diventato troppo impegnativo da gestire da sola. In quel momento, ho sentito il bisogno di fare una pausa.

Per caso ho avuto l’opportunità di diventare panettiera per un anno, un’esperienza che ho adorato. Parallelamente, ho ricominciato a disegnare, dipingere, scrivere: sentivo l’urgenza di tornare alla creazione.

Avevo attraversato esperienze molto intense negli ultimi anni e questo ritorno alla creazione ha riparato molte cose dentro di me. Ancora oggi è un equilibrio di cui non potrei fare a meno.

Per me, lavorare con la materia grezza e il colore è come un respiro nel mezzo di una lunga apnea; il lavoro manuale mi dà energia e allo stesso tempo mi calma.

Quali affinità ritrovi nell’universo di Sessùn?

Innanzitutto, i colori, sempre molto curati, che siano discreti o profondi. Poi i materiali: sempre vibranti, con una texture unica, talvolta leggera e aerea, talvolta materica e avvolgente, come i ricami o i jacquard. Anche il ruolo che occupa l’artigianato, naturalmente, è essenziale. Sono valori che condivido profondamente. È fondamentale, soprattutto oggi, mantenere vivo il tessuto artigianale e artistico: c’è una vera e propria urgenza nel preservare il lavoro manuale, con le sue imperfezioni piene di anima e di storia.

Descrivi il tuo atelier come un vero e proprio rifugio realizzato con le tue mani. Come questo spazio influenza il tuo processo creativo e il tuo rapporto con le opere che crei?

Faccio fatica a non intervenire sull’ambiente che mi circonda: ho bisogno di appropriarmi dello spazio, di renderlo un luogo accogliente, di infondergli un’individualità, un’umanità. Modello poco a poco gli spazi che abito. Può trattarsi della realizzazione di una lampada, di una testiera del letto, di un bassorilievo con scarti di legno, di una panca, di una libreria, di un affresco su una parete o perfino di una porta. In realtà nulla mi ferma: tutte le superfici sono per me un potenziale terreno di gioco.

Il mio atelier era una vecchia agenzia immobiliare dal design moderno: intonaco sulla facciata, piastrelle grigio scuro, un muro rosso... È stata una bella sfida rifare tutto da capo, posare la prima pietra di questo nuovo spazio creativo: l’intonaco, la facciata in stile antico, le rifiniture, il mio tocco personale di colore, l’insegna, la pittura del pavimento, la realizzazione dei mobili… Ci ho lavorato per intere settimane!

Quando sono nel mio atelier ho bisogno di entrare in contatto con il mio universo, di immergermi in tutte le sue sfaccettature: sculture, dipinti, disegni, bassorilievi in gesso, ricami tessili... Dal momento che lavoro con molti media differenti, questo mi permette di mantenere una certa coerenza, di creare ponti tra ogni opera e ogni mezzo espressivo, affinché si nutrano reciprocamente.

Quali sono le tue principali fonti di ispirazione e come si manifestano nel tuo lavoro?

L'universo in cui sono cresciuta mi ha profondamente influenzata e oggi si combina con il mio vissuto personale, il mio quotidiano, la mia sensibilità. Trovo l’ispirazione ovunque: le mostre che visito, l’arte brut, i dipinti medievali, moderni o classici, la fotografia, l’architettura, ma anche una luce particolare, un odore, un suono, o la natura, la cui perfezione non smette mai di stupirmi.

I colori sono la mia prima fonte di ispirazione: quando cammino mi capita spesso di filtrare quelli che percepisco, di isolare la tonalità dominante, poi le note più discrete. Mi ricorda il gioco delle auto gialle a cui si giocava da bambini… Sono costantemente abitata da sensazioni ed emozioni che trasporto poi nel mio lavoro, ciò che chiamo i miei “paesaggi interiori”, veri e propri fermo-immagine di uno stato interiore.

Dai molto spazio all’istinto e alla sperimentazione. Come sai che un’opera è davvero “finita” o che ha raggiunto ciò che volevi esprimere?

In effetti agisco quasi esclusivamente d’istinto: nulla è progettato in anticipo, seguo il percorso tracciato dalle mie mani e mi lascio guidare da loro, che si tratti di pittura, scultura o disegno.

Il momento in cui si “termina” un’opera è allo stesso tempo delicato e delizioso. È difficile da spiegare, ma è come dialogare con l’opera: a un certo punto emerge un’armonia che mi parla, calma i miei sensi e mi fa dire “ok, non tocco più nulla”. Anche i difetti, le parti che mi sembravano incompiute, appaiono improvvisamente al loro posto, e tutto si allinea. È come quando si scrive: a volte un semplice punto si trasforma nel punto finale.

Come integri le preoccupazioni ecologiche e la scelta responsabile dei materiali nel tuo percorso artistico?

L’ecologia è una vera preoccupazione per me, e credo profondamente nella filosofia anti-spreco. Conservo tutto e riciclo tutto: inizio sempre utilizzando ciò che ho intorno a me, fino all’ultimo filo, che integro nei ricami, o il più piccolo scarto di legno, che riutilizzo per i bassorilievi. Conservo ancora lane che appartenevano alla mia bisnonna, che a sua volta aveva recuperato da vecchi maglioni.

Le mie sculture in legno, e quindi anche i portacandele scultorei che ho creato per Sessùn, sono realizzati con legno raccolto nel bosco, che scolpisco, tornisco e combino con oggetti provenienti da mercatini dell’usato: vecchie pipe, pezzi di mobili che rielaboro, scarti di cuoio, elementi naturali raccolti durante le mie passeggiate, limoni secchi, noci…

Le tele che utilizzo per i miei dipinti o ricami provengono da tessuti di seconda mano, spesso imperfetti, e anche in questo caso conservo ogni piccolo pezzo, che riutilizzo per tende, copriletti o tovaglie. Compro pochi materiali, fatta eccezione per la pittura... Però, recentemente ho utilizzato dei pigmenti trovati in soffitta risalenti agli anni Venti: avevano ancora le loro vecchie etichette!

Quali sono i tuoi progetti futuri, le tue ambizioni e le direzioni che desideri esplorare nella tua arte?

Sto preparando una mostra che si terrà alla galleria Wilo and Grove a marzo. Ho anche alcuni progetti previsti nel campo dell’architettura d’interni, in particolare per un’importante base di un tavolo in legno da scolpire. Gli interventi di questo tipo, come bassorilievi o affreschi, mi interessano molto perché coniugano arte e artigianato, inserendosi nel quotidiano e nella vita delle persone. Per me, è anche un’ottima occasione per esplorare nuove scale e formati molto più imponenti: lavorare in grande scala è un passo che desidero compiere.

Desidero ricercare nuovi materiali da lavorare, grezzi, provenienti direttamente dalla natura che mi circonda, costruirmi un forno per la ceramica... e continuare a sperimentare, sempre.

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