CREDITI FOTOGRAFICI: Kęstutis Zilionis
L’arte è spesso una ricerca di senso, un dialogo tra passato e presente, tra tradizione e innovazione. Per Noé Kuremoto, la creazione si è imposta come una scelta naturale, anche se il suo percorso è stato attraversato da dubbi e molteplici esplorazioni artistiche. Tra Osaka, Londra e Lituania - dove ha sede il suo studio europeo, immerso nella tranquilla regione dei laghi - il suo lavoro di ceramista si basa su un delicato equilibrio tra artigianato e concettualità. In questa intervista ci svela il suo percorso, le sue influenze e il processo creativo che dà vita alle sue opere. Un viaggio nell’universo di un’artista che trasforma l’argilla in un linguaggio senza tempo.


Puoi raccontarci il tuo percorso e cosa ti ha portata a diventare ceramista? In che modo gli studi di Belle Arti alla Central Saint Martins hanno influenzato la tua pratica artistica?
Sono cresciuta circondata da artisti: artisti nel profondo, che vivevano e respiravano arte. Grazie a mio padre, scultore e professore di belle arti, ho incontrato molti pittori, ceramisti, incisori e scultori che avevano fatto dell’arte la loro vocazione. All’epoca non me ne rendevo conto, ma col senno di poi so di aver avuto il privilegio di essere cresciuta da persone guidate da una tale missione. Il mio destino artistico era, in un certo senso, già tracciato. Eppure, non avrei mai immaginato di diventare ceramista.
Ho scelto la Central Saint Martins (CSM) per studiare arte concettuale: performance, installazioni video, opere in situ - tutto materiale grezzo e immediato che rimanda a un concetto di urgenza. Negli anni ‘90, Londra era pervasa da una straordinaria energia creativa. Era l’epoca dei Young British Artists, la generazione di Tracey Emin e il suo letto disfatto, Damien Hirst e il suo agnello immerso nel formol, Rachel Whiteread e le case colate in resina. Per una diciottenne appena arrivata direttamente dal Giappone, era un’esperienza inebriante.
Mi sono allontanata dalla tradizione fino ad abbandonare la ceramica (ironia della sorte, se si pensa a ciò che sono diventata poi). All’epoca, mi sembrava un’arte “old-school”, troppo storica, troppo rigida. Ciò che mi interessava era la provocazione, non la conservazione. Ancora oggi lavoro l’argilla senza esserne vincolata. I materiali sono un mezzo per riuscire a ottenere un fine: è sempre l’idea che viene prima.
La Central Saint Martins (CSM) era al contempo esaltante e terrificante, un luogo perfetto in cui perdersi e reinventarsi. In Giappone ero stata formata alla pittura e all’incisione, dove precisione e osservazione erano essenziali. Ero sempre stata la “prima della classe” sul piano artistico, ma alla CSM? Nessuno se ne curava. I professori non davano troppa importanza alle mie competenze tecniche. Poi, il momento della rivelazione. Ho dovuto ricominciare da zero. Non c’era più bisogno di nascondersi dietro la tecnica o l’estetica. La bellezza non era più il fine ultimo della mia ricerca. La bellezza era diventata solo una parola.
Ed è proprio in quel momento che ho iniziato davvero a fare arte.
Le mie opere sono al crocevia di due mondi: l’arte concettuale e l’artigianato artistico. Col tempo ho messo in discussione l’esclusività dell’arte concettuale. Il suo linguaggio codificato. Il sentimento di superiorità che spesso allontana chi non ha studiato arte contemporanea.
Il trionfo delle belle arti, ancora una volta. La bellezza, l’artigianato e la materia creano una connessione umana immediata. La vera sfida è l’equilibrio: essere concettualmente rigorosi senza scoraggiare il pubblico. Per questo, oggi il mio lavoro è un dialogo tra l’intelletto e l’istinto, il passato e il presente, la testa e la mano.


L’infanzia a Osaka ha influenzato le tue opere? Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?
Ho trascorso l’infanzia a Osaka, una città dove il passato non è esposto in vetrina, ma sepolto sotto i nostri piedi.
I Kofun sono ovunque. Atterrando all’aeroporto di Kansai si intravedono enormi tumuli a forma di buco di serratura sparsi nel paesaggio: uno spettacolo impressionante. Grandioso. Antichi tumuli che custodiscono tombe di imperatori, guerrieri e segreti. Mentre gli archeologi disotterravano con cura talismani in argilla e figure haniwa, i miei fratelli trasformavano quei siti sacri in skatepark di fortuna. Io preferivo osservare. Reliquie semi-sepolte ricoperte di muschio, volti consumati dal tempo. Il passato che continuava a riemergere in superficie.
All’epoca non ne avevo la consapevolezza, ma quei pomeriggi passati a scorrazzare tra i templi, a seguire i contorni di statue dimenticate, hanno segnato l’inizio di tutto.
È in quel momento che la mitologia, il folklore e gli oggetti antichi sono entrati nel mio lavoro. Nella tradizione giapponese, i talismani non erano solo ornamentali, ma frutto di un’intenzione. Un guerriero haniwa non era un semplice reperto, ma un custode. Una statua komainu in un santuario non era solo decorativa: era un’invocazione di protezione. Questi oggetti erano parte della vita quotidiana, un ponte tra visibile e invisibile, una guida che la modernità ha in qualche modo abbandonato.
Queste antiche storie e simboli hanno ancora molto da insegnarci. Testimoniano il nostro bisogno di senso, di connessione, di qualcosa che vada oltre l’esistenza puramente transazionale a cui si riduce spesso la nostra vita oggi.
Voglio che le mie statuine in ceramica agiscano come vettori, contenitori di una saggezza antica tradotta in un linguaggio contemporaneo. Ma non per nostalgia, ma come risposta alla nostra epoca.


Puoi descrivere le fasi di creazione di un’opera, dall’idea iniziale al risultato finale? Le tue opere sprigionano poesia e un’idea di libertà nella lavorazione dell’argilla. Qual è il tuo approccio alla forma?
In realtà non trovo l’ispirazione: la cerco.
Prendo appunti in modo disordinato, scarabocchio. Tecnicamente ogni collezione inizia allo stesso modo: con i disegni. Il primo spesso racchiude il DNA dell’intera serie, anche se non so ancora cosa diventerà. Poi, realizzo piccoli modelli, e ogni fase dà forma al pensiero.
Ma prima dell’argilla e degli schizzi viene la scrittura. Intere pagine di appunti. Scrivere affina i pensieri e mi aiuta a trovare il “perché”.
Non si tratta soltanto di modellare l’argilla, ma di plasmare il senso. Per la mia ultima mostra dedicata agli Haniwa, ho disegnato più di 200 guerrieri. Gli haniwa, figure tradizionali in argilla del periodo Kofun in Giappone, avevano la funzione di proteggere le anime nell’aldilà. Le mie opere si ispirano alla complessità delle armature lucenti dei samurai. I dettagli, il simbolismo, la funzionalità: le fonti d’ispirazione sono infinite. Ma voglio attribuire loro un’altra funzione: quella di proteggerci oggi.

Rispetto a Osaka, in che modo Londra influenza la tua pratica artistica e la tua visione?
Le due città mi hanno profondamente influenzata. Osaka ha plasmato chi sono; Londra ha forgiato l’artista. Crescendo a Osaka non mi rendevo conto di quanto le esperienze d’infanzia avrebbero modellato la mia pratica artistica.
Londra e Osaka sono due città agli antipodi, in termini di tradizioni culturali e filosofiche. Il contrasto è particolarmente evidente nell’arte della ceramica. In Occidente (in generale) i riferimenti all’“invisibile” - spiriti, divinità, elementi metafisici - spesso suscitano scetticismo o reticenza. A Osaka, invece, questi temi non solo sono accettati, ma anche profondamente radicati nell’espressione artistica.
Durante i miei studi a Londra, ho capito che il mio legame istintivo con l’estetica giapponese e le narrazioni spirituali era spesso considerato superato o intellettualmente riduttivo. La filosofia dominante valorizza il concept rispetto all’artigianato e tutto ciò che è bello o decorativo viene considerato come compiacente. La mia pratica artistica a Osaka, invece, era radicata nella ricerca di senso, in ciò che rifletteva la bellezza e la tradizione, dove la raffinatezza e i rimandi spirituali non erano solo valorizzati, ma essenziali.
Dopo la laurea alla Central Saint Martins, mi sono chiesta se la bellezza nell’arte fosse intrinsecamente sospetta: troppo desiderosa di piacere, troppo seducente per il pubblico. Col tempo ho superato questa falsa dicotomia. Oggi cerco di integrare entrambe le prospettive, unendo il rigore concettuale dell’Occidente e la profondità estetica e spirituale dell’Oriente. È in questa tensione, in questo dialogo tra due mondi, che il mio lavoro trova la sua risonanza.


Hai realizzato un affresco murale per la boutique Sessùn di Islington. Puoi raccontarci di più su questa collaborazione?
L’anno scorso, Sessùn mi ha contattata per creare una scultura da parete dandomi carta bianca - una prova di fiducia di cui sono profondamente grata. Non si trattava solo di creare un’opera per una parete, ma di catturare l’essenza della storia e dello spirito di Sessùn.
La cosa che mi ha colpito di più è stato il viaggio in Sud America della fondatrice, Emma François Grasset, un’immersione a 360° nei paesaggi, nei savoir-faire artigianali e nella ricchezza locale. Ho fatto di questa storia il mio punto di partenza: un viaggio immaginario nel cuore di una civiltà remota, ma sempre profondamente presente.
Ho lasciato il mio spirito errare tra le rovine di un’antica città maya in Guatemala. Tra le pietre patinate dal tempo, ho immaginato un dittico riportato alla luce, con le iscrizioni dell’alfabeto Sessùn. Questa scultura, installata nel cuore della boutique, non poteva essere un semplice oggetto passivo. Doveva catturare il pubblico, invitare al tatto, andare oltre il visibile. Immaginavo le mie dita scorrere sui rilievi della pietra, sentendo l’eco di artigiani la cui precisione e maestria sono sopravvissute al tempo. Questo atto di connessione, tra passato e presente, tra artista e spettatore è ciò che ho cercato di infondere in questa installazione.
In realtà, l’opera rende omaggio al potere discreto dell’artigianato, alle mani invisibili che plasmano la cultura e al modo in cui gli oggetti possono trascendere il tempo per raccontare una storia.


Quali sono i tuoi progetti o ambizioni per il futuro?
Sempre più grandi. Sempre più audaci. Oltre i muri di una galleria. Vorrei entrare negli spazi pubblici, creare sculture che escano dalle quattro mura e viaggino nel mondo... Metterle alla prova, farle vivere. Naturalmente, ottenere commissioni pubbliche su larga scala non è semplice, ma l’ambizione è parte dell’entusiasmo.



